Il caldo estivo è ormai un ricordo e in molte case tornano familiari i suoni dei videogiochi. A volte, ai rumori elettronici si aggiungono le urla di frustrazione degli adolescenti. E subito dopo quelle degli adulti, altrettanto frustrati, che non riescono a capire perché i propri figli trascorrano così tanto tempo davanti a uno schermo.
E allora la domanda arriva puntuale: i videogiochi fanno male?
La domanda è semplice. La risposta un po’ meno.
I rischi, va detto, esistono. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto il gaming disorder, un disturbo caratterizzato dalla perdita di controllo sul gioco, che finisce per prendere il sopravvento su altre attività e interessi, con conseguenze significative sulla vita quotidiana. Attenzione, però: trascorrere molte ore davanti a uno schermo non significa, di per sé, sviluppare una dipendenza. Il gaming disorder, infatti, riguarda una minoranza dei videogiocatori.
Ci sono poi i meccanismi di ricompensa presenti in alcuni videogiochi, come le loot box, veri e propri pacchetti a sorpresa, talvolta acquistabili con denaro reale, che contengono premi virtuali il cui contenuto è sconosciuto fino all’apertura. Questi meccanismi richiamano alcune dinamiche tipiche del gioco d’azzardo e, secondo diversi studi, risultano associati a una maggiore presenza di comportamenti di gioco problematici.
Infine, le insidie si annidano in alcune relazioni online: comportamenti aggressivi, manipolazioni e, in determinati ambienti, persino tentativi di reclutamento e radicalizzazione.
Non occorre comunque arrivare a questi estremi, che non sono frequenti. C’è un problema, invece, che molte famiglie conoscono bene: le discussioni sul tempo trascorso a giocare, le difficoltà a interrompere una partita, i conflitti che nascono anche dalla distanza tra due mondi che faticano a comprendersi. Ciò che per un ragazzo è un’esperienza coinvolgente, infatti, agli occhi di un genitore può apparire soltanto come tempo sottratto ad altre attività e dunque spaventare come qualcosa che è fuori dal proprio controllo.
La paura è un animale strano: che nasca da un pericolo reale o da qualcosa che non conosciamo, può finire per condizionare la vita di tutta la famiglia.
Ma davvero, quando si parla di videogiochi, ci sono soltanto rischi?
Risolvere problemi, prendere decisioni, collaborare, gestire la frustrazione: competenze che si esercitano nella vita di tutti i giorni. Ma come si sviluppano queste competenze, le cosiddette life skills? Attraverso esperienze diverse, naturalmente. E anche i videogiochi possono offrire occasioni per esercitarle. Sono competenze importanti per affrontare situazioni complesse, riconoscere i rischi e compiere scelte consapevoli.
Ma non finisce qui. I videogiochi possono diventare anche inesauribili spazi di socialità, dove nascono amicizie, si collabora per raggiungere un obiettivo comune e si incontrano persone anche dall’altra parte del mondo. Possono stimolare la creatività, richiedere capacità organizzative e aiutare a prendere confidenza con strumenti e linguaggi digitali sempre più presenti nella vita quotidiana e nel mondo del lavoro.
Un paradosso: i videogiochi possono esporre a determinati rischi e, nello stesso tempo, offrire occasioni per sviluppare competenze utili a riconoscerli e affrontarli.
Il bianco e il suo contrario? Non proprio. Perché molto dipende da come si gioca, da cosa si gioca e dal contesto in cui lo si fa.
È importante tuttavia sottolineare che i benefici dei videogiochi non sono disponibili “in natura”. Non basta impugnare un controller per sviluppare automaticamente spirito critico, capacità di collaborazione o consapevolezza dei rischi.
Giocare è un’esperienza. Comprendere quello che accade mentre si gioca è un’altra cosa. E qui gli adulti possono fare la differenza.
Ciò non significa dover conoscere ogni videogioco o diventare esperti di tecnologie, ma vuol dire interessarsi, fare domande, aiutare bambini e adolescenti a riflettere su ciò che vivono mentre giocano. Anche stabilire regole e limiti fa parte di questo accompagnamento, ma il dialogo non può ridursi a una continua trattativa sui minuti concessi davanti allo schermo.
Quello che occorre è sedersi accanto, un gesto semplice che può aprire la porta a un mondo che molti adulti conoscono poco, regalando sorprendenti occasioni di dialogo e una vicinanza inattesa con i propri figli.
A volte, per cominciare, basta chiedere: «Mi fai vedere a cosa stai giocando?» oppure «Posso giocare con te?»
Fonti e approfondimenti
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Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – Gaming disorder. Definizione e criteri di riconoscimento del disturbo nella classificazione ICD-11.
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Spicer S. G. et al. (2021) – Loot boxes, problem gambling and problem video gaming: A systematic review and meta-synthesis. New Media & Society.
EduGamers: crescere insieme nel mondo dei videogiochi
I videogiochi possono diventare strumenti di relazione, apprendimento e crescita, soprattutto quando l’esperienza di gioco è accompagnata da uno sguardo educativo.
Attraverso EduGamers, Crescere Insieme propone, nell’ambito di WellFamily Hub, percorsi di educazione digitale rivolti a bambini, adolescenti e famiglie.
Gli EduGamer sono professionisti dell’educazione e della psicologia che conoscono il linguaggio dei videogiochi e li utilizzano per favorire lo sviluppo di competenze, la consapevolezza digitale e il dialogo tra generazioni.
Il servizio offre anche ai genitori occasioni di confronto e strumenti per comprendere meglio le esperienze videoludiche dei figli, affrontare le difficoltà e valorizzare le opportunità del gioco.

